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Il lavoratore ciclista

di Edgardo Ratti

La sensibilità ecologica sempre più sentita nell’ambito della nostra società ed il relativo tentativo di sostenere il più possibile la c.d. “mobilità sostenibile” hanno indotto il legislatore ad incentivare, anche in Italia, l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto e ciò anche per compiere eventualmente il tragitto tra la casa ed il posto di lavoro.

Tale circostanza ha un rilevante impatto anche per quello che concerne il correlato profilo della disciplina del c.d. “infortunio in itinere” e cioè l’incidente occorso al lavoratore durante il tragitto tra il luogo di abitazione e quello di lavoro nonché viceversa.

Il predetto profilo è stato recentemente oggetto di un significativo intervento da parte dell’art. 5 della recente Legge n. 221/2015, che ha per l’appunto previsto che l’uso del “velocipede” – cioè la bicicletta – debba “intendersi sempre necessitato” ai fini della disciplina dell’infortunio in itinere; il ché ne rende possibile l’indennizzo da parte dell’INAIL e, per l’eventuale parte residuale, del datore di lavoro.

Si ricorda, infatti, che l’infortunio in itinere, per essere considerato tale ed essere risarcibile, deve presentare alcune concomitanti caratteristiche, tra cui principalmente: la normalità del percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, la mancanza di deviazioni dal predetto percorso a meno che siano necessitate ed, infine, il carattere necessitato dell’uso del mezzo privato non risultando cioè ragionevolmente possibile compiere il tragitto a piedi oppure tramite i mezzi di trasporto pubblico.

Ebbene, l’art. 5 della Legge n. 221/2015 ha stabilito che l’infortunio in itinere in bicicletta debba equipararsi a quello accaduto laddove il lavoratore utilizzi i mezzi di trasposto pubblico o compia il tragitto a piedi, con la conseguenza, più favorevole, che tale tipologia di incidente sarà sempre indennizzabile purché l’infortunio sia avvenuto lungo il tragitto normale che collega l’abitazione al luogo di lavoro ed ovviamente in assenza di un atteggiamento abnorme e totalmente irresponsabile del lavoratore (ad esempio, andare in bicicletta ubriaco).

Di più: l’infortunio in itinere avvenuto in bicicletta sarà risarcibile non solo laddove sia avvenuto su una pista ciclabile ma anche laddove si sia verificato in un tratto di strada aperto al traffico dei veicoli a motore.

Tali contenuti innovativi sono stati fatti propri dall’INAIL che, con la propria circolare n. 14 del 25 marzo 2016, ha ribadito i predetti principi legislativi nonché precisato che essi debbono applicarsi non solo ai casi futuri ma anche alle “fattispecie in istruttoria e a quelle per le quali sono in atto controversie amministrative o giudiziarie o, comunque, non prescritte o decise con sentenza passata in giudicato”; il ché pare introdurre una prassi amministrativa che sembra estendere la nuova e più favorevole disciplina anche al di là dei principi temporali che di norma governano la successione delle leggi nel tempo.

Anche la giurisprudenza della Cassazione ha, da ultimo e con la recentissima sentenza n. 7313 del 13 aprile 2016, accolto tali principi, statuendo che: “Ai fini dell’infortunio in itinere, l’uso della bicicletta (…), deve ritenersi sempre assicurato, come lo è l’andare al lavoro a piedi o con utilizzo del mezzo pubblico”.

Di sicuro tali provvedimenti, ancorché mirati a gestire le conseguenzepiù sfortunate e meno auspicabili correlate all’utilizzo della bicicletta, avranno un effetto positivo ed incentivante ai fini dell’uso del velocipede, fermo restando che potrebbe essere altresì interessante valutare l’ipotesi – già divenuta realtà in taluni Paesi Europei – di concedere benefici economici a chi utilizzi regolarmente la bici come mezzo di trasporto e quindi si “tenga in forma” gravando meno sul sistema sanitario nazionale.

avv. Edgardo Ratti, Partner Trevisan & Cuonzo

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